Chi sono gli introversi e perché lo sono

chi sono gli introversi

La società attuale esalta l’estroversione facendo sentire gli introversi sbagliati o nel migliore dei casi limitati. Ma l’introversione è davvero un problema? E un introverso può diventare estroverso?

Scopri le potenzialità di questo tipo di personalità senza la quale forse non avremmo la teoria della relatività, 1984, Harry Potter, E.T. e neanche Google!

Chi sono gli introversi

Gli introversi sono persone più rivolte al proprio interno che all’esterno. Amano passare molto tempo da soli e a volte preferiscono la compagnia di un libro a quella di altri esseri umani, specie se tanti tutti insieme. Possono essere anche socievoli e divertirsi alle feste, ma è probabile che non troppo tardi desidereranno essere a casa in pantofole.

Hanno grandi capacità di concentrazione e spesso lavorano in modo lento ma determinato. Tendono a pensare molto prima di prendere decisioni e di dire la loro, sono riflessivi e cauti. 

Parlare in pubblico, interagire con tante persone, prendere la parola ad una riunione sono per le persone introverse eventi molto stressanti. Soprattutto se c’è da improvvisare: meglio che preparino discorsi e presentazioni col dovuto anticipo. In ogni caso, molti introversi preferiscono esprimersi scrivendo. 

Le persone introverse hanno solitamente una sensibilità maggiore agli stimoli esterni, quindi si stancano più facilmente in mezzo al chiasso e alla confusione. Per loro può essere molto fastidioso anche un brusio a cui altri non fanno caso, e lavorano bene in ambienti poco rumorosi. Anche le loro emozioni possono essere più intense della media, infatti il 70% delle persone altamente sensibili è introverso. 

Per tutti questi motivi, gli introversi hanno assoluto bisogno di momenti di calma in cui ricaricarsi, soprattutto dopo aver affrontato situazioni in cui sono a disagio.

I tratti tipici delle persone introverse sono più evidenti quando queste si ritrovano in situazioni nuove o con sconosciuti. Ma queste tendenze permeano ogni aspetto della vita: il modo di lavorare, le scelte professionali e i risultati che possono avere nei diversi ambiti lavorativi, gli hobby e le loro relazioni.

Sospetti di essere introverso?
Scoprilo col test di Susan Cain!

Vantaggi e svantaggi dell’introversione

Essere introversi è un problema?

Anche se la società può farcelo credere, l’introversione non è un difetto. È solo un modo di essere, con vantaggi e svantaggi.

Gli introversi ascoltano e osservano attentamente, riuscendo a cogliere dettagli che ad altri sfuggono. A volte gli introversi sono i migliori conoscitori delle dinamiche dei gruppi di cui fanno parte, il che dà loro una marcia in più in fatto di consapevolezza sociale, dimensione dell’intelligenza emotiva.

Poiché hanno una grande sensibilità sono potenzialmente molto empatici. Il problema è che non sempre hanno voglia di interagire!

Gli introversi sono spesso portati per le materie che richiedono analisi e riflessione. Immergersi completamente in quel che stanno facendo è bello e naturale per loro. E credo possa essere d’ispirazione per tutti in questo mondo perennemente distratto.

La grande capacità di concentrazione può essere un vantaggio nello studio e nel lavoro. Basta che sia quello giusto! Gli introversi infatti fanno più fatica a mostrare entusiasmo in modo artificiale e questo può essere un problema nella professione. Però è uno stimolo a cercare un lavoro più adatto.

In Quiet: il potere degli introversi, Cain cita Al Gore, che da attivista per il cambiamento climatico ha acquistato il carisma e la naturalezza nel parlare in pubblico che gli erano mancati durante la campagna elettorale per le presidenziali. Evidentemente l’ambiente è per lui qualcosa per cui vale la pena lottare, più che diventare presidente degli USA.

D’altra parte, in situazioni problematiche accumulano più stress, nonostante in ambienti tranquilli siano mediamente più rilassati. Ad esempio, i bambini introversi sono più a rischio di avere problemi psicologici in caso di scarsa armonia in famiglia e separazioni.

Gli introversi si stressano di più anche negli ambienti affollati e nei gruppi di lavoro grandi. Anche per questo possono avere difficoltà a comunicare quel che pensano. Niente che non si possa superare con la pratica e i dovuti accorgimenti, di cui parlo più giù, e magari cercando/proponendo situazioni di lavoro più congeniali.

Poiché anche in molte specie animali troviamo sia introversi che estroversi, sappiamo che in natura gli introversi, cauti, hanno più probabilità di sfuggire ai pericoli. Gli introversi invece sono intraprendenti e si adattano meglio a situazioni nuove e difficili.

Entrambe le personalità sono quindi utili alla conservazione della specie. Inoltre se fossimo tutti uguali la vita sarebbe più noiosa per tutti.

Introversione e estroversione sono frutto dei geni, dell’ambiente in cui si cresce o di entrambi?

Introversi si nasce o si diventa?

È provato che la tendenza all’introversione e quella all’introversione sono innate. 

Un esperimento iniziato nel 1989 dal professor Jerome Kagan ad Harvard, ha coinvolto 500 bambini di 4 mesi per dimostrare che lo sviluppo della personalità introversa o estroversa è in gran parte prevedibile sin dalla nascita.

Tutti nasciamo con un temperamento, cioè una tendenza ad essere introversi, estroversi o nella media. Su questa nostra natura si sviluppa in base alle influenze esterne la nostra personalità.

Grazie a un test di 45 minuti in cui i bambini venivano sottoposti a stimoli acustici, visivi e olfattivi, Kagan è stato in grado di capire quali di loro sarebbero diventati introversi e quali no.

E la cosa più incredibile è che l’ha fatto ragionando in un modo apparentemente controintuitivo: i bimbi che reagivano vivacemente ai suoni e alle immagini e agli odori, agitando braccia e gambe, avrebbero avuto grandi probabilità di sviluppare una personalità introversa. Quelli che restavano impassibili sarebbero probabilmente diventati estroversi.

Perché mai?

Perché gli introversi percepiscono più intensamente gli stimoli esterni. I bambini più reattivi non erano più vivaci, erano solo più sensibili. Per questo crescendo avrebbero probabilmente cercato situazioni più tranquille: poco rumore e pochi estranei.

Il cervello degli introversi iper-reattivi è proprio leggermente diverso: la loro amigdala è più attiva e le loro reti neurali sembrano fatte per amplificare le sensazioni.

L’esperimento di Kagan è tuttora in corso. I bebé sono adulti ora e hanno sviluppato per la maggior parte le personalità che il professore aveva previsto.

Tuttavia la personalità sappiamo che la personalità è solo in parte predeterminata: molto dipende dagli stimoli che arrivano dall’ambiente in cui si cresce. 

Però è anche vero che il temperamento ci porta a cercare alcune esperienze piuttosto che altre, e quindi tende ad autorafforzarsi. Ad esempio i bambini estroversi ipo-reattivi si mettono più facilmente in situazioni pericolose, perché hanno meno paura. E più lo fanno, più il loro spirito avventuroso si consolida.

Un bambino introverso invece tenderà a preferire situazioni tranquille e familiari, e affrontare le novità potrebbe diventare per lui sempre più impegnativo. Come tante cose, anche uscire dalla zona di comfort richiede pratica.

Cosa significa essere introversi? Un esempio

Tra i bambini iper-reattivi dell’esperimento di Kagan, c’è Tom, tipico esempio di persona introversa. Tom è stato un bambino particolarmente timido, ora è un ragazzo che va bene a scuola, è silenzioso, grande osservatore e si preoccupa facilmente. Ha una ragazza a cui tiene molto ed è legatissimo ai genitori. Gli piace analizzare a fondo questioni intellettuali e imparare cose nuove: vuole diventare un ricercatore. 

Per capire meglio cosa significa essere introversi, ecco un esempio di personalità opposta.

Ralph, bebé ipo-reattivo, è ora un adolescente che si confronta con i ricercatori come se fossero suoi coetanei. È brillante, ma è stato rimandato in alcune materie perché, semplicemente, faceva altro anziché studiare. Ma non è un problema. Ralph ammette candidamente le sue debolezze e non se ne preoccupa.

Introversi si nasce o si diventa?

È provato che la tendenza all’introversione e quella all’introversione sono innate. 

Un esperimento iniziato nel 1989 dal professor Jerome Kagan ad Harvard, ha coinvolto 500 bambini di 4 mesi per dimostrare che lo sviluppo della personalità introversa o estroversa è in gran parte prevedibile sin dalla nascita.

Tutti nasciamo con un temperamento, cioè una tendenza ad essere introversi, estroversi o nella media. Su questa nostra natura si sviluppa in base alle influenze esterne la nostra personalità.

Grazie a un test di 45 minuti in cui i bambini venivano sottoposti a stimoli acustici, visivi e olfattivi, Kagan è stato in grado di capire quali di loro sarebbero diventati introversi e quali no.

E la cosa più incredibile è che l’ha fatto ragionando in un modo apparentemente controintuitivo: i bimbi che reagivano vivacemente ai suoni e alle immagini e agli odori, agitando braccia e gambe, avrebbero avuto grandi probabilità di sviluppare una personalità introversa. Quelli che restavano impassibili sarebbero probabilmente diventati estroversi.

Perché mai?

Perché gli introversi percepiscono più intensamente gli stimoli esterni. I bambini più reattivi non erano più vivaci, erano solo più sensibili. Per questo crescendo avrebbero probabilmente cercato situazioni più tranquille: poco rumore e pochi estranei.

Il cervello degli introversi iper-reattivi è proprio leggermente diverso: la loro amigdala è più attiva e le loro reti neurali sembrano fatte per amplificare le sensazioni.

L’esperimento di Kagan è tuttora in corso. I bebé sono adulti ora e hanno sviluppato per la maggior parte le personalità che il professore aveva previsto.

Tuttavia la personalità sappiamo che la personalità è solo in parte predeterminata: molto dipende dagli stimoli che arrivano dall’ambiente in cui si cresce. 

Però è anche vero che il temperamento ci porta a cercare alcune esperienze piuttosto che altre, e quindi tende ad autorafforzarsi. Ad esempio i bambini estroversi ipo-reattivi si mettono più facilmente in situazioni pericolose, perché hanno meno paura. E più lo fanno, più il loro spirito avventuroso si consolida.

Un bambino introverso invece tenderà a preferire situazioni tranquille e familiari, e affrontare le novità potrebbe diventare per lui sempre più impegnativo. Come tante cose, anche uscire dalla zona di comfort richiede pratica.

Un introverso può diventare estroverso?

O meglio: è possibile per un introverso comportarsi da estroverso?

Possiamo agire secondo i tratti di una personalità diversa dalla nostra, ma prevedendo pause per ricaricarci. 

Questo sostiene la teoria Free Traits elaborata dal professor Little, che ne è l’esempio vivente.

Little è un professore universitario che qualcuno ha definito un incrocio tra Einstein e Robin Williams. A lezione non gli manca mai il senso dell’umorismo ed è facile vederlo cantare e fare piroette. Eppure si dichiara molto ma molto introverso.

Se riesce ad andare oltre la sua personalità è perché ama il suo lavoro e gli studenti. Ma è solo alternando i momenti pubblici ad altri di completa solitudine o di ritiro con la moglie nella casa in campagna che riesce a preservare il suo equilibri psico-fisico. Infatti ha dichiarato più volte che dopo le conferenze corre a chiudersi in bagno, dove nessuno dovrebbe disturbarlo (ma non sempre è così, come racconta in questo video).

Alcune persone sono particolarmente brave a comportarsi in modo non conforme alla propria natura, in un certo senso recitando una parte. Sono abili nel self monitoring, cioè nel controllo dell’immagine che offrono agli altri. Anche se ad un occhio attento potrebbe non sfuggire qualche piccolo segno di linguaggio del corpo che lascia trasparire la loro reale personalità.

Ma per quanto crediamo nel valore di ciò che facciamo e siamo bravi a interpretare dei ruoli, c’è una soglia che non dobbiamo mai superare, pena l’esaurimento. È la Teoria dell’elastico di Susan Cain: va bene uscire dalla zona di comfort, ma non 24 ore su 24 o 7 giorni su 7. 

Anche perché una cosa è superare le nostre paure a livello conscio, un’altra è sradicarla dagli angoli più profondi e primitivi del nostro cervello.

Controllare le nostre paure significa allenare la nostra corteccia cerebrale, la parte più evoluta del nostro cervello, a dialogare con l’amigdala e dirle di stare calma, parafrasando Daniel GolemanSe si interrompe artificialmente la connessione tra queste due parti del cervello, la paura torna ad avere campo libero. 

Questo significa che certi blocchi sono parte di noi e per quanto possiamo imparare a gestirli, lo faremo sempre con un certo dispendio energetico. 

Come essere estroversi quando serve, senza stressarsi

Dedicarsi ad attività rilassanti tra una chiamata di lavoro e l’altra, cancellare gli impegni sociali prima di un incontro di lavoro importante, sono accorgimenti che un introverso può usare per ricaricare le batterie. Il professor Little le chiama nicchie ristorative.

Per questo è importante stipulare degli accordi con sé stessi e con gli altri: accetto di fare cose che non mi viene spontaneo fare, in cambio di momenti in cui posso essere totalmente me stesso. Sono i Free traits agreements. “Ci sarò al tuo addio al nubilato ma non alle riunioni organizzative”. “Questo fine settimana stiamo con i tuoi amici ma il prossimo a casa”. Cose di questo genere. 

Susan Cain suggerisce di definire bene le regole con amici e compagni, in modo da non sprecare energia in discussioni ogni volta che si ripresentano situazioni simili. Ad esempio: Non voglio uscire tutti i venerdì, non voglio andar fuori tutti i fine settimana, un tot di sere a settimana le dedico solo a me stessa.